Children Inside

In cosa si differenziano un bambino ed un adulto? Facile: il primo è completamente dipendente mentre il secondo ha imparato a controllare l’ambiente che lo circonda e quindi non ha bisogno di nessuno….come dicevamo qui. Più o meno. E allora riflettevo su una cosa: nonostante la sua capacità di controllo l’adulto ha la capacità di accettare il presente senza opporsi con forza, senza recriminare ma lavorando con atteggiamento costruttivo al raggiungimento dei propri obiettivi. Ergo ogni volta che ci incazziamo, ogni volta che ci lamentiamo e addossiamo qualche colpa a qualcuno o qualcosa è – sempre – perchè il nostro bambino interiore alza la voce. E sbraita che le cose dovrebbero andare diversamente.

Il bambino interiore sembra negare che tutto è l’effetto di una o più cause, che se qualcosa avviene c’è almeno un motivo valido. Non ragiona ma pretende, con forza. E’ la voce dell’insoddisfazione. Non è il bambino in noi che sa giocare, divertirsi, fare le coccole. No, quello va solo bene. E’ quello che rosica come un castoro! Se ne vedono un sacco di bambini così, anche e soprattutto dopo i 50 anni. Incapaci di uscire dalla logica del giusto/sbagliato, incapaci di rilassarsi se non quando tutto torna nei loro conti. Non lo sapevo, ma ne aveva parlato già Jung nel 1912. Ammazza quante ne so!

Non che con questo io voglia dire che bisogna accettare passivamente ogni cosa che capita. E neanche non sentirsi artefici del proprio destino. Solo che il modo in cui operiamo la dice lunga sui processi mentali che facciamo avvenire. Un uomo saggio si muove seguendo il flusso del fiume, un mentecatto cercherà di fermare la corrente. Piace la metafora? Quante volte al giorno siamo mentecatti? :-)

E poi?

Nel mare del mio animo
sei tu la mia unica isola
dove la mia nave ormeggia e dolcemente si culla
mentre il mio corpo affonda le membra
ed il mio sguardo si leva curioso.

Sei un porto sconosciuto
non si parla la mia lingua, e non si bada al mio vestire
solo il vento fruga tra le mie tasche
il vento che decide incontri di emozioni lontane
sapori diversi, e odori antichi.

Sei una spiaggia solitaria
la tua sabbia fine e dorata fugge dalle mie mani serrate
i miei disegni sono fragili bugie al sole
non resistono le impronte alla sovranità del tempo.

Il fascino e la passione
combattono contro la terra sicura e stabile
contro il mondo conosciuto vanno i tumulti dell’ignoto
non c’è certezza se non del dubbio, ormai
quale strada prendere quando non vi sono strade?

Le mie gambe cedono all’ineluttabilità del destino
ma il mio cuore sospira infine ancora
“amo, o isola, la tua fragile inconsistenza
perchè solo dalle tue spiagge io vedo invero il mare”.

 

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Siamo fatti così

Siamo proprio fatti così, come cantava la sora Cristina D’Avena in un noto cartone animato di fine anni 80. Ma così come? Spesso utilizziamo questa frase come una scusa per non operare un cambiamento, magari caratteriale, magari comportamentale. E giustifichiamo il tutto con un simpatico “Si può cambiare qualcosa, ma non tutto”.

Ma allora…cosa possiamo cambiare del nostro carattere? E, soprattutto, come?

La biologia ci suggerisce che siamo governati da una serie di ormoni che, interagendo con il nostro sistema cellulare, controllano un po’ tutte le nostre funzioni. Ed essendo “ammaestrati” dall’ipofisi, sono sotto il controllo dell’ipotalamo e, dunque, sono collegati con il sistema limbico. Tah-dah! In due righe si riassume freddamente come nascono le nostre emozioni. Ma il bello deve ancora venire. Ovvero: secondo le neuroscienze ogni volta che un determinato stimolo ambientale ci coglie noi attiviamo una serie di processi nervosi, chimici e biologici che fanno affluire nelle nostre cellule gli ormoni necessari. Avete presente quando qualcuno minaccia di spaccarvi la testa in due con un cric a causa di un sorpasso fatto male? Bene, il nostro corpo in quei momenti necessita di adrenalina. Per combattere o scappare in maniera più efficace. Ma se per caso – nella maggior parte dei casi oggi – finisce che poi non combattiamo o non scappiamo, quella benedetta adrenalina rimarrà più a lungo del dovuto nel nostro corpo, inutilizzata. E, dato che stimolerà dei ricettori cellulari, farà in modo che le successive cellule, replicate sulla base di quelle precedentemente “inondate” , manifestino una sorta di assuefazione a quel dato ormone. Il corpo vi chiederà adrenalina, ancora.

Avete mai notato le persone dal carattere “collerico”? Sembrano essere dipendenti da uno schema, da una eterna ripetizione. Devono incazzarsi ogni tanto, per forza. Sembra quasi che ne abbiano bisogno. Spesso dicono di aver bisogno di sfogarsi……ma se invece avessero solo bisogno di incazzarsi? Solo di un ormone?

Cazzo, è un cane che si morde la coda. Come se ne esce? Forse occorre fare qualche considerazione:

  • Accettare il cambiamento, la possibilità di essere persone caratterialmente diverse. Fa paura, a volte.
  • Operare un controllo sulle proprie reazioni. Impedire al nostro meccanismo corrotto di continuare a drogarci di emozioni. Respirare coscientemente durante l’evento ambientale avverso. Sviluppare il pensiero positivo.
  • Depurare il nostro organismo dallo stress negativo, di qualsiasi natura (ambientale, mentale, psicologico, alimentare, del sonno….ecc.) per migliorare la nostra efficienza.

Lasciate che io vi importuni ancora con una storiella Zen….

Uno studente di Zen andò dal suo Maestro e gli espose un suo problema: «Maestro, io ho certe collere irrefrenabili. Come posso guarirne?». «Hai qualcosa di molto strano davvero» disse il Maestro. Fammi dunque vedere di che si tratta». «Bè, così su due piedi non posso fartelo vedere» rispose l’altro. «Quando potrai farmelo vedere?» domandò il Maestro. «Salta fuori quando meno me lo aspetto» rispose lo studente.  «Allora,» concluse il Maestro «non dev’essere la tua vera natura. Se lo fosse, potresti mostrarmelo in qualunque momento. Quando sei nato non l’avevi, e non te l’hanno dato i tuoi genitori. Pensaci un po’ sopra».

 

Sempre se siete interessati al cambiamento, o miei cari venticinque lettori liberi da qualunque stereotipo! :-D

Buona notte!

Gettare l’ancora

Stanotte fantasticherò speculando sui lavori del fu William James, il quale disse: “La più grande scoperta della mia generazione è che gli esseri umani possono cambiare le loro vite cambiando le abitudini mentali”. Bene, ma già che ci stai dicci pure come si fa, no? Per una guida scientifica al processo di miglioramento delle nostre abitudini mentali possiamo attenerci alla PNL, o scienza dell’eccellenza (come ama autodefinirsi), che esplora schemi legati al linguaggio per modificare la nostra risposta agli stimoli esterni. Un punto in comune tra l’empirismo di James e la PNL di Bandler&Grinder è proprio nella tecnica dell’ancoraggio, tecnica elevata ai vertici della psicologia e dell’ipnosi ma contemporaneamente maltrattata da ciarlatani e venditori.

Ma di cosa si tratta? L’ancoraggio è nient’altro che la capacità del nostro corpo di associare ad uno stimolo indotto una conseguente reazione emotiva. Significa collegare ad una parola, una frase, un gesto, una determinata reazione emotiva. Beh, non avete mai sentito parlare del cane di Pavlov? Quello al quale il padrone, ogni volta che gli dava da mangiare, suonava una campanella….con il risultato di far aumentare la salivazione al cane in risposta al suono della campanella, anche senza cibo. Un riflesso condizionato, ma di tipo emotivo. Anche senza parlare degli usi terapeutici di questa tecnica, si nota che altro non è che una cosa che facciamo ogni giorno, nella nostra vita. Associamo cioè parole, suoni, colori, odori a stati emotivi più o meno felici. Creiamo dei ricordi.

William James, nella sua teoria periferica delle emozioni, si domanda: “Piangiamo perchè siamo tristi oppure siamo tristi perchè piangiamo?”. I suoi studi teorizzano che la manifestazione del nostro corpo preceda l’emozione, come si cerca di fare nell’utilizzo dell’ancoraggio come tecnica di programmazione neuro linguistica. Interessante, no? Quante applicazioni vedete nella nostra vita di tutti i giorni? Io miiiiillllleeee! :-)

Un sonno tira l’altro

L’altra sera si discuteva sulle ore di sonno necessarie per un corretto riposo. Conosco persone a cui bastano 5 ore per scattare come una molla ed altre che dopo 8 ore si alzano più stanchi di prima. La teoria esposta nel bellissimo libro “Dormire Bene, Sognare Meglio” mi ha convinto della possibilità di “concentrare” il riposo calibrando le ore di sonno nel rispetto dei cicli fisiologici che attraversiamo dormendo. Quelli collegati alle nostre frequenze cerebrali ed all’attività del sistema nervoso e circolatorio. Terminata la fase del sonno profondo, quella in cui le onde cerebrali sono più lente, si può passare al risveglio senza troppi impedimenti sentendoci riposati a dovere. Se ci si risveglia quando un nuovo ciclo è iniziato, in una fase di maggior attività cerebrale, ci si sente spossati come se non avessimo (quasi) chiuso occhio! Questa esperienza l’avranno vissuta sicuramente tutti….io per primo, che indugio a letto più del dovuto con una certa facilità!

Personalmente credo però che vada posto l’accento sullo stato mentale del dormiente. Una persona felice, rilassata, senza nevrosi godrà di un sonno ristoratore e profondo; al contrario ansie, nevrosi, residui di nervosismo e paure sono la tomba del sonno. Tempo fa un grande maestro suggeriva di fermarsi a meditare qualche minuto prima di sprofondare nel letto. Consigliava di ripassare a memoria l’intera giornata trascorsa, interrogandosi sulle nostre azioni e calmando il respiro. Voi lo fate mai?

Sogno quindi sono

Avete mai fatto un sogno ricorrente? Io sì. Lo stesso scenario per anni e poi, all’improvviso…puf! Si cambia, il subconscio cambia stazione e si riparte con un’altra storia, magari sempre per anni ed anni. Ricordo ancora l’emozione centrale del mio sogno ricorrente di quando avevo 13 anni. Paura. Poi desiderio, poi speranza. Come si cambia nei lustri! Volevo capirci qualcosa a tutti i costi!

Cominciai a capire che i miei sogni erano suddivisibili in categorie. Allora, c’erano:

  • i sogni associativi, nei quali rivivevo qualcosa che mi aveva più o meno colpito durante la giornata
  • i sogni ispirati, che prendevano spunto dalle mie fisse, dai miei desideri più insistenti
  • i sogni precognitivi, perle rare in cui avevo informazioni su cosa sarebbe accaduto di lì a poco.

Eh già, ho sempre fatto sogni precognitivi. Magari non molto spesso, però li faccio ancora. Sono sempre stato convinto dell’esistenza (provata) di una parte del nostro subconscio collegata con tutto l’Universo, in assenza di limiti spaziali e temporali. Sincronizzarci su di essa consente – a volte – di allargare all’infinito le nostre capacità e la nostra comprensione. Tipo la mescalina, ma meno tossica! :-) Mantenere questo stato anche durante la veglia è quantomeno complicato, vista anche l’influenza del nostro corpo fisico e di tutte le sue limitazioni…

A volte mi perdevo così tanto nei sogni da finire per desiderare ardentemente di mettermi a letto, di sera, per “continuare” un sogno lasciato a metà o per “intensificare” un sogno ricorrente. Avevo instaurato una sorta di dipendenza onirica! Anni dopo scoprii l’esistenza, grazie ad un libro prestatomi dalla mia “guru”, dei viaggi astrali veri e propri. Ma di questo parlerò più avanti, assieme ai sogni lucidi!

Tempus fugit

Il tempo guarirà tutto. Ma che succede se il tempo stesso è una malattia? [cit.]

 

 

 

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Non è leggera

Mi chiedevo quale fosse la vostra droga, cari i miei venticinque lettori [cit.].

No, non fate così, ognuno di noi ne ha almeno una. Droga, sostanza stupefacente, illusione artificiale, fuga e non ritorno. Qualcosa che ci incatena a sé, che ci fa rilassare lo stomaco, la schiena e il collo. Qualcosa che funziona sempre, specie quando noi non funzioniamo più. C’è una dipendenza che non abbandonereste mai? O qualcuno? C’è chi fuma, chi beve, chi tutte e due insieme. Ma siamo nati così? La dipendenza ce l’abbiamo nel dna, ce l’hanno instillata attraverso il cordone ombelicale, ce l’hanno insegnata all’asilo?

Non mi chiedo cosa facciamo quando ci droghiamo, ma piuttosto cosa diventiamo. Chi vediamo allo specchio, che faccia registra il grande fratello in quei momenti. Nella migliore delle ipotesi l’associazione è buona, sembra pura, l’amore per gli altri ad esempio. Può essere come l’eroina del tossico. Senza via d’uscita, senza cambiamento, senza di noi.

Vi piace la vostra droga? Vi fa male? Vi dicono che vi fa male? Quante domande….una volta una mia amica, parlando di un’amica comune, mi disse: “[...] soffre sempre nello stesso modo”. Voi soffrite mai in modo diverso?

Le mezze verità


Qualcuno ha detto: “La Verità vi renderà liberi”. E…in che modo? Forse la frase completa era tipo “Tutta la Verità vi renderà liberi”. Perchè quella che va di moda ultimamente è la cosiddetta “mezza verità”. Un pezzetto, mica tutta. Così, senza mentire nè tacere posso dire le cose come – quasi – stanno. Non se la prendano a male i maschietti se svelo uno dei dogmi di coppia: “mai mentire, semmai omettere!” E così ci ritroviamo spesso sulla via della cazzata atroce, altro che Verità con la V maiuscola. Già, perchè dire tutta la Verità obbliga un atto di resa….che la metà basta. Un abbandono, un relax, un aspettarsi di tutto.

Pensiamo alla nostra quotidianeità, a quante volte lo facciamo noi e magari a quante volte ce lo fanno. A quante volte non ci dicono tutto. Dal medico, dal meccanico, dall’amico e dai familiari. Quale mole di informazioni, magari spesso emotive, omettiamo di comunicare? Cosa si blocca e, soprattutto, cosa ci blocca? Io credo che uno dei più grandi guai nascosti del nostro tempo siano le aspettative che abbiamo nei confronti dell’Universo. Ehm, volevo dire, dei nostri amici,vicini,amanti. Le aspettative sono il cancro della nostra evoluzione, ci impediscono di vedere oltre, di liberarci dalla schiavitù. Di essere felici da soli.

Già, e chi vuole essere felice da solo?

Ok, ok, niente paura. Togliamoci dalla mente l’immagine della felicità esclusivamente in coppia, altrimenti rafforzeremo la nostra intima debolezza. Ci aspetteremo di essere felici solo in due. Creeremo un incastro insuperabile in cui saremo poi costretti a mentire, omettere, nascondere…per non perdere dei benefici. Per paura. E insomma, da capo a dodici. Diciamoci tutto.

Sonno depressivo

Dormire, in fondo, non era poi così male. Non era poi in realtà molto diverso da quanto si era sempre riproposta: annullare, annullarsi, ricoprire e poi saltare sopra la terra mossa. E il sonno questo le dava: riposo, ristoro e un po’ di nulla, quel nulla nel quale avrebbero dovuto spegnersi i fuochi di quel circo ormai lontano.

Ma in realtà non era così. La notte zittiva i rumori della città, ma non quelli dell’anima. Le canzoni non bastavano più a nutrire il suo corpo smanioso di risposte, il silenzio era il preludio del caos più assordante. Una voce che non parlava era la sua compagna di incubi. E mentre il tempo passava, lei non contava più le notti, perchè le notti non contavano più, ora. Stesa sul letto cercava di afferrare il pensiero per legarlo alla sua volontà e poco a poco ci riuscì, scoprendo che la magia era poco poco più in là, ma portava ad un triste incanto.

Il cielo dà, il cielo toglie, si disse, ma non ci credeva più di tanto. Sapeva di non sapere, ma purtroppo non sapeva di non saper volere. O di non aver mai voluto, forse fino in fondo, barattare l’immortalità con la conoscenza. Il serpente era morto, e la mela era amara. Il senso era perduto,come l’infanzia non lo era stata mai.

Non cercherò più la risposta, ma una domanda – pensò.